In relazione ad una futura integrazione razziale Alla Moschea E a Genova candidata come sede di un’agenzia europea per i Diritti dell’uomo. Non vi sono, oggi, argomenti, più difficili da trattare di quelli menzionati in epigrafe. Poiché l’irrazionalità, l’emotività, l’egoismo, la xenofobia, inconsci o meno che siano, fanno parte del bagaglio psicologico di ognuno. Nessuno può dirsi veramente immune da impulsi biologici potenti come il sospetto, la paura, il rifiuto dell’altro, dell’alieno, dello straniero, del diverso. Chi vive attivamente nelle nostre città deve riconoscere che la tentazione dell’insofferenza, del rigetto, dell’intolleranza, è spesso messa a dura prova dalle varie forme di mendicità, a volte violenta, che gli extracomunitari esercitano. Chi subisce sulla propria pelle lo stillicidio degli scippi, dei furti, dei borseggi, della prostituzione sotto casa, dell’accattonaggio minaccioso, deve dimostrare continuamente a se stesso e alla società tutta, di avere tenacemente, la volontà di non generalizzare, di capire, di comprendere, di tollerare. Facile a dirsi difficile a farsi specialmente per quan to riguarda le classi meno fortunate, economicamente parlando, della popolazione, che non hanno i mezzi economici, personali e/o famigliari, per attuare una difesa personale e famigliare. Può nascere così, anche in una nazione come la nostra, una forma di “razzismo”, non più basata sul pregiudizio etnico, ma sulla paura di essere sottoposti ad atti di piccola e grande criminalità. Ignorarne l’esistenza, o addirittura criminalizzare questi sentimenti della popolazione, è un errore fatale alla convivenza ed alla comprensione dei popoli, che la società e la politica devono invece ricercare continuamente. Bisogna sapere che, oggi, ogni civiltà possibile è il prodotto di una compromissione naturale fra diverse culture, modi di vivere e religioni diverse, anche se i principi etici devono sempre e comunque, rimanere comuni a tutte le parti in causa. L’ansia acritica dell’immediata integrazione degli extracomunitari, a tutti i costi, sia economici che politici che sociali, può assumere dei caratteri funesti e contrasta nei fatti con la ragionata e cosciente affermazione del diritto d’ogni persona alla sussistenza ed alla dignità. Inoltre, si deve sapere che questa nuova forma di “razzismo”, non si manifesta più attraverso le differenze genetiche o del colore della pelle, ma si collega a considerazioni economiche di sicurezza personale e di differenze spirituali. La minaccia che sia avverte, oggi, è lo snaturamento delle individualità, il caos etnico, il caos culturale e religioso. Si deve ribadire che, rispettare ed affermare l’individualità di un popolo che ha i suoi diritti, non significa negare quelli dell’individualità dell’extra-comunitario, che nella scala dei valori etici ha anch’esso valori primari, legati alla sua cultura alla sua religione e al suo modo di vivere. L’accusa di “razzismo” sempre portata agli altri, naturalmente, è oggi più concettualmente rozza del razzismo stesso. E questo modo di fare, fondamentalmente, contrasta con l’integra zione dei popoli e rischia di riesumare il razzismo vero. Attenzione quindi a non cadere nei luoghi comuni, che ad esempio, nel merito della “ meritocrazia imperante nell’Italia di oggi” tende ad attribuire all’extra-comunitario minori valori di personalità, utilità e correttezza sociale, il che può anche essere una realtà ma non in relazione ai diritti minimali dell’uomo. A proposito di diritti minimali: La povertà è, nello stesso tempo, inferiorità economica, intellettuale, morale. Un povero sia esso italiano o extra-comunitario è sempre considerato la feccia dell’umanità. La povertà, il disagio, l’ignoranza, non possono condannare una vita umana, spesso più infelice che colpevole. Dichiararsi amanti della povertà ed dei poveri quando questa e quelli sono ben lontani dalla nostra vita quotidiana, disprezzare chi incolpa gli zingari per i furti subiti, può creare una forma di discriminazione al contrario. E neanche le deliranti teorie sulla superiorità biologica razziale arrivaron o mai a discriminare l’essenza interiore del sentimento popolare. Come si sa i cambiamenti , le innovazioni, le integrazioni, sono sempre uno shock per il popolo, che per consuetudine è abitudinario, e quindi l’immobilismo forse sarebbe la cosa ai più, gradita. In ogni caso, chi ha letto questo documento è stato costretto a prendere coscienza del problema, e a fare un breve esame della realtà. Cosa è dunque possibile fare per attuare il diritto alla sussistenza, alla libertà sia personale che religiosa, alla dignità di ogni uomo in quanto tale a prescindere dall’etnia di provenienza, razza, cultura o civiltà e/o religione? L’unica via è quella della consapevolezza della situazione che è la fonte primaria del vivere comune: come un buon padre di famiglia, bisogna ammettere che non sempre possiamo soddisfare i bisogni materiali di tutti, come vorremmo, ma invece dobbiamo dare dignità a tutti, offrendo attenzione e considerazione all’individuo che ci sta davanti, magari ad esempio aggiungendo un sorriso e una parola ai 50 centesimi che doniamo al lavavetri fermo al semaforo. Non possiamo permetterci di attribuire agli ospiti della nostra nazione città regione, più diritti di quelli che godono i nostri concittadini, poiché il buonismo ideologico, è solo fittizio e nasconde l’egoismo di chi vuol esorcizzare i propri complessi di colpa o ignorare, senza giustizia, l’equilibrato diritto di ognuno. Dagli ospiti invece, si deve pretendere che compiano i loro doveri e che si adattino ai costumi ed alle leggi locali e nazionali, con la pazienza e la diligenza di chi abita in casa altrui, cercando l’integrazione, nell’attesa che le nuove generazioni possano imparare ed insegnare nuovi valori e nuove tradizioni. Poiché senza equilibrio, prudenza, equità, maturazione personale e sociale, legiferare ora, significherebbe produrre soltanto nuovi errori, dolori e tragedie all’umanità. Iniziamo insieme e subito, oggi se si vuole,ad aumentare la conoscenza e la consapevolezza che gli uomini differiscono tra di loro enormemente, per intelligenza , cultura, maturazione, ma che sono uguali nei sentimenti, nei bisogni, nei desideri, negli affetti, nella capacità di gioire e di soffrire. Iniziamo a moderarci e ricerchiamo un nuovo equilibrio sia nelle passioni che nei consumi, cercando di godere di più della propria personalità e di quella altrui ed eliminando le differenziazioni dovute al proprio status economico religioso e sociale. Esercitiamo la speranza e l’azione verso quei principi universali quali la tolleranza l’uguaglianza e la libertà. Ci sarà sicuramente qualcuno che non condivide questa mia posizione: ma il fatto che ciò che ho scritto non possa mai essere universalmente condiviso, non è assoluto e non può valere per tutti; non è vero che Io ho “ ragione” e gli altri torto, perché gli altri con il loro pensiero, sono nell’identica mia situazione. Se vogliamo, lasciamo pure tutto così com’è, ma almeno prendiamo tutti coscien za di cosa sia il concetto di tolleranza del pensiero altrui, di diversità e di universalità dell’essere umano. Lasciamo da parte la presunzione di essere depositari della verità e cerchiamo di prendere coscienza che legiferare oggi, sarebbe quantomeno prematuro, visto la mancanza di equilibrio razionalità e conoscenza e che, il riconoscimento dei diritti dell’umanità non possono essere sanciti sull’onda del sentimento, che spesso è acritico ed a volte volubile. Cerchiamo l’umiltà delle parole la condivisione dei valori etici la razionalità dei pensieri, mai dimentichi che sbagliare su certe tematiche può inconsapevolmente provocare un’onda d’urto contraria, che potrebbe sfociare in fenomeni nefasti come per altro si sono verificati nella prima metà del XIX secolo. La volontaria cecità delle autorità politiche ed anche religiose di fronte al disagio della popolazione, cecità indotta da motivi ideologici e dogmatici, può produrre ulteriori lutti ed atrocità di cui l’umanità farebbe volentieri a meno. Li 24 Luglio 2008 www.andreacevasco.com